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Dal Trek N°45 ( Settembre 2003)

25 luglio 2003

Raffaella Landriscina

Camminando fra le ombre della storia

25 luglio 2003. Ci mettiamo in viaggio alle 8,00. Prima tappa è una farmacia dove Rocco acquista una pomata ignorando (giustamente) il suggerimento di Corrado che aveva proposto la miracolosa pomata di Ittiolo (praticamente catrame). Abbandoniamo quindi Rovereto e , poco dopo, sulla nostra destra appare avvinghiato alla roccia l’Eremo di San Colombano. Questi trentini avevano la mania di costruire luoghi sacri scavati nella roccia; è già il secondo che vediamo. Attraversiamo impuniti il confine trentino/veneto. Finalmente, dopo curve e botti, che fanno rivoltare ripetutamente il mio stomaco, arriviamo al punto di partenza: Pian delle Fugazze. Zaini ed attrezzatura in spalla e si parte. Rocco e Corrado cominciano  a camminare velocemente , mentre io e Carmela procediamo con il solito passo.  Carezzo con la mano le spighe d’avena che vedo sul ciglio della strada, gialle come il sole e docili come foglie. L’attesa e la curiosità per le gallerie si accresce in me. Carmela comincia a raccontarmi della sua reazione di fronte alla prima galleria: “La galleria era lunga e la sua fine era un’apertura molto piccola. Quando sono uscita da questa, ho visto tanta nebbia: mi sembrava di essere capitata in un mondo fantastico, quasi da sogno”. Anche Rocco, prima di cominciare l’escursione, mi aveva riferito della sua ansia e contentezza nell’affrontare finalmente queste gallerie. La prima tappa è terminata: abbiamo percorso 8 km da Pian delle Fugazze fino alla Galleria Generale D’Havet. Già 750 metri di dislivello comunque ben tollerati. La galleria D’Havet in realtà non è molto lunga e non termina con una piccola apertura come ricordava Carmela. Volete sapere qual’è stata la mia impressione appena uscita dal tunnel ? Mi sono trovata improvvisamente su uno sterrato più stretto del precedente a guardare le effigi dell’esercito italiano, ad immaginare quei giorni di guerra. Sono stata catapultata nel 1915 e leggevo il libro della storia. Percorrendo questo sentiero, ho apprezzato i ciclisti che a fatica raggiungevano la meta, il rifugio Papa. Nella montagna di fronte a me si osservano fori scuri come tane di talpe; mi dicono che si tratta di altre gallerie. Dopo un’altra ora siamo al Rifugio Papa a 1928 metri di altezza.   Ci sono alcuni ragazzi che mangiano fagioli e bevevano un vino rosso scuro, corposo; sono rossi in volto ed allegri. Altri giocano a carte; chiediamo di scattare una foto. Io ho voluto strafare: ho indossato la giacca a vento, ho sfoggiato il mio cappello di lana color lilla con le trecce e i guanti rivestiti in pile. Naturalmente, così bardata, mi sono fatta fotografare vicino a Corrado ancora imperterrito in canotta. E pensare che a Bari ci sono soltanto 40 gradi e ieri sera mia madre mi ha riferito che si gronda sudore. Nessuna foto o telecamera può catturare e riproporre in maniera adeguata tutto questo, ma continuo ugualmente a fotografare ogni spazio verde, ogni pezzetto di cielo, ogni anfratto di questa montagna frastagliata. Chiudo gli occhi per immagazzinare nella mia mente le immagini, ma so bene che fra una settimana ne rimarrà soltanto il ricordo vago e senza confini, sfumato, esaltante e ricco di emozioni.   Lasciamo il Rifugio Papa inoltrandoci nella Zona Sacra. Subito ci accorgiamo di un asinello bianco spettrale in piedi vicino ad una lapide; tutti (tranne Rocco) pensiamo che sia lì per pregare o per sorvegliare la tomba, immobile nel suo sguardo lungimirante.  Continuo a salire in direzione del Dente Italiano mentre il cielo si fa scuro e cupo, le nuvole si muovono veloci verso le montagne. Il silenzio è immenso. In questo posto fa male alle orecchie, rendendole ovattate; è diverso da qualsiasi silenzio mai vissuto. E’ quel silenzio che ti porta a pensare, ad avvicinarti al divino. Su quella montagna ho desiderato per un attimo essere sola, lontano da tutti, custode di quell’emozione. Per la prima volta dopo tanto ho pregato, guardando quel cielo, sicura di essere ascoltata e ho pronunciato una parola : “Babbo”.     Ho seguito ancora quel sentiero fino all’ossario, quindi Corrado ci ha proposto di raggiungere Cima Palon. Non ci siamo arrivati, boicottandolo e contravvenendo alla Prima regola della montagna : “mai discutere le intenzioni della guida e seguirlo fino alla morte (di stenti)” (scherzo ovviamente, Corrado e le altre guide non me ne vogliano). Ho anche parlato di quel silenzio agli altri e Corrado mi ha fatto notare la differenza rispetto agli anni 1915-18. In questo posto non c’era silenzio, bensì rumori assordanti di esplosioni, spari, urla di ragazzi che non sapevano nemmeno il motivo per cui stavano morendo. In quel momento ho immaginato tutto questo ripensando ad un film di guerra; per fortuna non ne ho un’esperienza diretta. Ritorniamo al rifugio Papa e di lì cominciamo a percorrere il sentiero delle 52 gallerie. Riguardo a queste si potrebbero dire tante cose, citare notizie storiche o leggere i diari dei soldati. Io mi limiterò a descrivere le emozioni: quelle che rimangono nel cuore e che fanno pensare.      Gallerie: caschetti posizionati sul capo, muniti di torce accese durante il percorso al buio, buio della durata di 46 metri galleria numero 52...luce, montagne verdi...85 metri galleria Cesena, buio fango...luce, sole, strapiombi...buio, galleria La spezia 52 metri, acqua...luce, brecciolina sul sentiero, erba...buio, galleria Genova metri 86, sdrucciolo, torcia che non funziona più...luce, colori, fiori, foto di Corrado...buio, galleria Generale Cadorna 96 metri a chiocciola, si scivola, umido, muffa, freddo, 19 per fortuna ...luce, luce, luce...buio...galleria Durazzo 162 metri, ohi di Corrado che batte la “caveza” (che fortuna essere alti 1,65)...luce, corvi che volano liberi nel cielo ridiventato AAAZZURRRRO...buio, Rocco che batte la testa, riscivolo...luce, qualcuno dice “ammirate il panorama” certo che sto ammirando il panorama...buio, freddo, freddo, tanto freddo, stanchezza...luce, spossata, rallento il passo per la fatica e per la paura di scivolare, tuffarmi negli abissi...buio,buio,buio, tanto buio, risate...luce, sento che lo zaino diventa sempre più pesante e le sue cinghie insultano le mie spalle, mi sdraio per terra non riuscendo proprio più a camminare...buio, galleria 17, risate di conforto...luce, allucinazioni gustative ed olfattive: scambio il gusto della lemonsoda per speck e sento odore di pomodoro nell’aria...buio.  Carmela mi dice che la sua unica consolazione è in questo momento pensare che la macchina sarà poco distante dall’ultima galleria. Le confido che la mia unica consolazione è immaginare una bella pizza.  Ci divertiamo a pensare al gusto della pizza.  Di nuovo luce e buio si alternano fino alla galleria dove osserviamo un obice di 850 Kg con gittata massima di 8 Km.  Ancora luce e buio fino alla prima galleria, quando il “pellegrinaggio” termina.

Dobbiamo lasciare questo posto e siamo contenti di aver assistito alla storia, non quella descritta sui libri, ma quella delle foto, dei nomi, della fatica, del freddo.  Vicino alla macchina ci togliamo gli scarponi; “il momento più bello dell’escursione” come dice Rocco.

Corrado vuole catturare sulla pellicola il sorriso sofferente, spalmato sulle nostre facce, ma anche la soddisfazione di aver camminato fra gli eroi.

 

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